Invece io mi chiamo Cunto (di Sarah la Pasta - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

Ricordo quei caldi giorni d’estate, dove nel campetto giù al parco Galeazzi organizzavamo le nostre partite di pallone. La polvere, le ginocchia sanguinanti, le risate, le cadute… i nostri ricordi, l’infanzia. Ora invece non li riconosco più: Ciotto, Paoletto, Gennar o’ chiatt, se ne sono andati, hanno deciso di giocare un’altra partita, quella che non ammette sostituzioni in campo, quella che se perdi sei fuori.

Io a sedici anni ero già uomo, io ero già Rosario Cunto.

Il campo ora è vuoto, non giocano più le nostre partite, sono diventati marionette, sono usati, sono giocatori scaduti. Io e Gennaro abbiamo vissuto insieme, mia madre ci chiamava i “fidanzatini”. Poi un giorno ho deciso di diventare uomo, di essere grande, di farsi lo spinello la sera giù con gli altri. Anche io volevo crescere, così la sera mi associavo anche io a quei due tiri, così sembravo grande, così ero uomo. I due tiri di Gennaro divennero una canna al giorno, poi la sera era altro… non era più la semplice canna.

Io avevo paura, ho ancora paura.

Gennaro era cambiato, non era un uomo, ma un lattante che piange se non ha il latte dalla mamma. Così ogni volta che mi chiamava la sera per scendere non c’ero più. Ero nel campetto, facevo tiri in porta, assaporavo la vita, volevo essere uomo. Mio padre è in carcere da quasi un anno per contrabbando di sigarette e mia madre fa la cameriera per mantenere me e i miei 2 fratelli più piccoli. Gennaro per me è stato un fratello, mi diceva sempre che ero piccolo, che la vita era quella, che il divertimento era andare a ballare e non sapere se la mattina ti trovi a casa. Per me il divertimento era scendere la sera e fare dei tiri, ma in porta. Lui diceva che dovevo essere come lui, ma io sapevo che ero diverso. Lui era Gennaro, il ragazzo che ora ricordo e che la sera ricordo sempre in una preghiera, io invece sono Cunto.

Mi chiamo Rosario.