VITTIME DELLA MALAVITA (di Sonia Esposito - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

Era l'ultima sera dell'anno. La strada era deserta, era ancora troppo presto per festeggiare l'inizio di un nuovo anno. Guardavo dalla piccola finestra della mia camera lo stradone poco illuminato e mi divertivo a contare le poche macchine che passavano: in un ora ne contai solo sei. Passò così un'ora, lentamente. Lunga abbastanza da poter farmi riflettere sull'anno che si stava chiudendo alla mie spalle. In quell'anno erano successe molte cose, ma nella mia testa ne girava una sola che mi faceva mancare l'aria: la morte del mio amico Gianni.

Io e Gianni ci conoscevamo dalla scuola elementare, eravamo ottimi amici e ci volevamo un bene immenso ma purtroppo un colpo, un colpo sbagliato è riuscito a farlo andare via. Cercavo di non pensarci e a sforzarmi di pensare cose belle da poter ricordare di quell'anno ma di cose belle non ne erano accadute.

Guardai l'orologio e mi resi conto che mancava poco alla mezzanotte: solo 20 minuti. Andai nell'altra stanza per prendermi qualcosa da bere, il troppo pensare alla morte di Gianni mi aveva fatto formare un groppo in gola che neanche con un po' d'acqua andava giù. Decisi di ritornare alla mia postazione, quella di sempre. Mi piaceva guardare dalla finestra ciò che accadeva, guardare le persone che passeggiavano ma più di tutto mi piaceva guardare il sole. Mi piaceva guardalo scomparire all'orizzonte, il cielo è qualcosa di spettacolare all'ora del tramonto ed io potevo ammirarlo in tutto il suo splendore dal mio quindicesimo piano. 

Decisi di chiamare mio padre per fargli gli auguri. La chiamata fu come al solito breve, giusto il tempo di digli: "buon anno nuovo papà". Da quando era andato a lavorare al nord il nostro rapporto andava pian piano degenerando e quando, raramente, veniva a Napoli e ci incontravamo sembravamo quasi degli sconosciuti, non ci scambiavamo più del saluto. 

Mentre ero immerso nei miei pensieri sentì un rumore assordante, guardai l'orologio che segnava le 00:00. Andai alla finestra e alzai gli occhi al cielo: era pieno di colorati fuochi d'artificio. Mi godetti lo spettacolo che durò circa quindici minuti. Ora la strada si era popolata di persone cariche a trascorrere la notte in compagnia di amici.
Chiusi la finestra e mi misi sulla poltrona a guardare la tv che trasmetteva concerti in piazza, persone che brindavano e cantavano. Mi arrivò un messaggio: "Ti passo a prendere all'una... sono stato invitato ad una festa. Antonio".

Antonio era un mio compagno del liceo e forse l'unico che mi era rimasto. Non ero tanto invogliato ad andare a quella festa ma cambiare aria mi poteva fare solo del bene. Andai a farmi una doccia e mi preparai in fretta per non essere in ritardo. Mi rimisi sulla poltrona ad aspettare uno squillo di Antonio. Verso l'una e venti arrivammo alla festa. L'ambiente era poco invitante e puzzolente poichè c'erano molti ragazzi che si scatenavano in meno di cinquanta metri quadrati. Antonio era stato invitato a quella festa da Simona, una ragazza più piccola di lui che aveva conosciuto su facebook, così passò l'intera notte a ballare con lei. Rimasi da solo e mi lanciai nella folla e iniziai a ballare con alcune ragazze che avevano bevuto un po' più delle altre che si gettavano al mio collo come se fossi stato Raoul Bova. 

In lontananza vidi una ragazza molto bella che non era in compagnia di nessuno, quindi decisi di avvicinarmi a lei. Appena mi accostai, ella fece di finta di non vedermi e il suo sguardo sembrava stesse cercando quello di un'altra persona tra la folla. "Vattene via!" mi disse sottovoce e muovendo il più poco possibile le labbra, quasi per paura che qualcuno la stesse guardando. "Perchè sei sola?" le chiesi. "Vattene via, ti ho detto!" ripetè lei con lo stesso tono, ma questa volta con più decisione. Gli afferrai un braccio in modo da girarla verso di me, volevo poterla guardare negli occhi e capire il perchè della sua reazione. Il perchè non mi venne mai spiegato ma lo capì benissimo io da solo: non appena afferrai il braccio della ragazza un uomo alto e grosso si posizionò al mio fianco con un'aria minacciosa e prepotente. Un suo solo sguardo mi bastò per capire le sue intenzioni e ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Mi disse qualcosa in dialetto con una voce rauca che non riuscì a comprendere e mi diede una spallata che mi fece fare tre passi indietro. "Lascialo stare, Gerozzo!" gli disse la ragazza "Non ha fatto nulla". Arrivarono velocemente altri due ragazzi che si misero uno alla destra e l'altro alla sinistra di Gerozzo come se lui solo non bastasse a farmi fuori. Si guardarono negli occhi e si lessero nel pensiero. 

Qualche minuto dopo ero fuori a quel locale in compagnia di Antonio che aveva visto tutta la scena da lontano. Ero accasciato a terra e non riuscivo a muovermi, avevo le mani sporche di sangue ma non riuscivo a capire da dove provenisse. Il mio pensiero andò subito al mio amico Gianni che, come me, era stato una vittima di questa città di merda in cui ogni occasione è buona per fare a botte, scatenare risse e prendersela con i più deboli o semplicemente con coloro che vogliono trascorrere una vita serena lontani dalla malavita.