L'ULTIMA CHIAMATA (di Roberto Orsini - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

La sera del 14 luglio di ritorno dall'ultimo pattugliamento io e Nino, il mio vecchio amico che avevo salvato da un futuro marcio offerto dai vicoli di Napoli ed anche l'unico amico che mi è rimasto, decidemmo di fare un ultimo giro sui quartieri prima di rientrare. Invase dal buio e completamente deserte le stradine lasciavano una visione amara della città che riservava poca luce solo per piccole piazzette sparse qua e la e popolate sempre e soltanto, verso quell'ora, dagli stessi giovani spacciatori.

Lanciai uno sguardo a Nino che intuì subito le mie intenzioni. Fermai la moto e ci dirigemmo con passo deciso verso Francesco Amabile detto "o curt", giovane e promettente acquisto della camorra, quando dalla radio arrivò l'ultima chiamata. Nino tornò alla moto e rispose alla radio ed io fui stupito nel sentire la voce del nostro capo. Lanciai un’occhiata ad Amabile che, capendo che dovevamo andare via, sorrise ma la mia espressione fu di chi sicuramente sarebbe ritornato e non lo avrebbe certamente fatto sorridere.

Montammo in moto e dai bassi dei quartieri alti scivolammo in pochi minuti fino ai confini della periferia est. Lì ci incontrammo con gli altri che erano arrivati con le volanti e stavano discutendo del piano con il capo. Pochi minuti ed anche Michele e Rosy arrivarono con la loro moto. I miei ordini furono chiari e diretti; armi cariche, molta attenzione e restare sempre in coppia. Lungo la strada pensai a tutto il tempo, il lavoro impiegato per arrivare a questo giorno. Finalmente eravamo riusciti ad individuare il luogo esatto in cui si nascondeva il boss che stavamo cercando da mesi e con il quale avevo ormai un conto personale. Vanni, un mio amico e collega gli arrivò così vicino che stava per arrestarlo ma il boss lo fece catturare, lo portarono in un vecchio capannone sotto dei ponti nella periferia est e lì lo giustiziò sciogliendolo nell’acido. Di notte rivedo ancora il suo volto e a volte, quando sono solo in moto, lo sento lì dietro di me pronto a rischiare ancora una volta insieme.

Andare in periferia è entrare in un altro mondo, un mondo parallelo a quello della città ma che viaggia assolutamente a velocità diversa e qui a Napoli è così per ogni zona di periferia. Scegliemmo la strada che passa da dietro la vecchia raffineria e proseguimmo distaccati dalle volanti. I palazzi erano molto alti e cercai di entrare in quel parco da un lato dove non c’erano persone. Scendemmo dalle moto e con armi alla mano avanzammo con passo felino per entrare in un palazzo. Lì trovammo due tre guardie che riuscimmo a fermare ma passarono due uomini i quali si accorsero della nostra presenza e incominciarono ad urlare per avvertire tutti della nostra presenza e dopo pochi secondi sentimmo le sirene.

In poco tempo le persone, soprattutto donne e bambini, si riversarono in strada e si avventarono contro i colleghi. Io e i miei uomini salimmo ai piani alti e ingaggiammo un conflitto a fuoco con tre uomini e col boss che riuscì a scappare passando sul tetto da un palazzo all’altro poiché collegati. Gli intimai di fermarsi ma si voltò soltanto per spararmi contro alcuni colpi di pistola. Sgattaiolò in un palazzo e io lo seguii, ancora degli spari. Le porte erano chiuse su ogni piano, tranne una. Entrò lì e mi esplose contro ancora pochi colpi di pistola, subito dopo sentii l’urlo di una donna. Corsi, entrai in casa e lì disteso sul pavimento trovai una donna in ginocchio chinata sul corpo di un ragazzino che si trovava in un mare di sangue. Il boss era scappato dal balcone per entrare in un’altra casa, io lo rincorsi intimandolo di fermarsi ancora una volta e stavolta chiamandolo per nome, ma lui non mostrava la minima intenzione di farlo, così scappando per una parte abbandonata del palazzo ne venne fuori riuscendo a raggiungere delle auto già pronte per correre via. Esplosi dei colpi verso l’auto senza riuscire a fermarli.

Tornai su e nel frattempo chiamai aiuto. Il corpo del ragazzo era ancora lì che veniva cullato dalla mamma tra le sue braccia e che continuava a guardarlo dicendogli:<<Rosario, Rosario.. perché proprio tu, Rosario!>>. Ancora una volta la Camorra che si avventa in questa città come un tumore su di un corpo già malato aveva lasciato un’altra scia di sangue un’altra vita spezzata. Non potei non ripensare al mio amico Vanni a cui ancora non ero riuscito a dare giustizia, e ora l’avrei dovuto fare anche per Rosario.