L’ho perso nel bianco. (di Noemi Velotti - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

Delle volte ti succedono delle cose che ti lasciano un segno tanto profondo, forse troppo. Succedono e tu non sai nemmeno se sia stato un bene o un male. A volte le credi un miracolo, altre una disgrazia. Ma cosa davvero esse siano non lo saprai mai. Perché loro succedono e basta, succedono per caso ma non per sbaglio. Altre volte invece sono le persone a lasciare il segno. E Rosario era una di quelle.

Entrò nella mia vita il tredici agosto di tre anni fa per non uscirne più. La nostra è una storia troppo complicata: non può definirsi amore, non può definirsi amicizia, non ha un nome. E’ una storia che si commenta da sola nel momento in cui viene raccontata. Cominciò quando tra tanta gente due occhi del color del cielo mi colpirono. Erano gli occhi della speranza, gli occhi della verità. Gli occhi di qualcuno che mai aveva chiamato "monnezza"  la sua Napoli, e che anzi la difendeva dalle brutte parole di chi giudicava senza mai aver visto il sole stanco nascondersi dietro al Vesuvio.

Da quel momento non fui più sola, con me c’era Rosario e Rosario era proprio quello di cui avevo bisogno. Era una persona che non rideva dei miei sogni, che condivideva i miei ideali, che come me voleva un futuro migliore e lottava per ottenerlo. Ma poi la vita fotte tutti, anche i giovani sognatori. Così anche lui fu vittima della realtà, quella che non vuole che i tuoi sogni diventino una sua parte. La stessa realtà che da un momento all’altro portò via il padre e così anche tutti i sogni a Rosario.

La ricordo ancora quella mattina, quel triste istante in cui il suo cellulare squillò e i suoi occhi color cielo cominciarono a vomitare lacrime. Ricordo che corse via senza nemmeno dirmi una parola. Ricordo la mia preoccupazione, i messaggi senza risposta. Ricordo la mia ansia, così tanta da darmi il coraggio di andare a bussare al suo citofono dopo tre giorni di silenzio in cui il coraggio mi era invece mancato. E poi ricordo lui che guardandomi mi disse che non credeva più nel futuro perché la sua vita si era fermata nel momento in cui aveva ricevuto quella chiamata. Poi più nulla, ero di nuovo sola. L’idea di una vita senza Rosario mi metteva paura. Il mio cellulare non squillava più, la mia posta era sempre vuota proprio come i miei pomeriggi, il mio cuore e quindi la mia vita. La solitudine mi condusse al pensiero di averlo perso, ma non l’avevo perso ancora.

Successe invece qualche tempo dopo. Ricevetti la stessa crudele, pungente telefonata da qualcuno dalla voce rauca e piangente che mi disse di andare a casa di Rosario, la stessa che mesi prima avevo visto per l’ultima volta quando per l’ultima volta avevo visto anche lui. Mentre salivo le scale ero preoccupata ma felice, felice perché convinta di rivedere il mio Rosario,visto che scioccamente dalla telefonata non avevo percepito nulla. Quando entrai a casa però Rosario non c’era. C’era sua madre che senza darmi il tempo di dire una parola mi abbracciò con forza, nascondendo il mio viso nell’incavo del collo. Non mi abbracciò per la gioia di avermi rivista, altrimenti le sue lacrime non avrebbero inumidito il mio viso. Solo allora capii ciò che avrei dovuto capire già dalla telefonata.

Volevo scappare, ma lei non mi lasciava andare e allora affondai le mie dita nella sua carne per sentire se era vero ciò che mi stava dicendo senza dire una parola. Ed era tutto vero, era vero che Rosario era morto. Era vero che preso dalla disperazione era cauto nel mondo della polvere bianca, e allo stesso modo era vero che io l’ho perso per questo. L’ho perso nel bianco. L’ho perso perché lui ha perso contro la realtà. Così in quel momento promisi a me stessa che non avrei reagito come lui, che io invece avrei continuato la mia lotta contro la realtà, anche con la possibilità di perdere. Così ancora adesso lotto, e non per me stessa. Lotto per me e per lui.