"COME SBOCCIA UN FIORE" (di Margherita Levante - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

Per cominciare, una vera storia, necessita dell'incontro di singole storie, minimo due, che da sole si reggevano a malapena in piedi. Per cominciare, una storia, se ne incontrano due e finiscono per coesistere. E la convivenza è necessaria ad entrambe.

La mia storia ha inizio con quella di un estraneo. Girava per casa mia e manco lo conoscevo. Un anziano, questo era; un rifiuto non tossico poggiato ai cassonetti dell'immondizia della società, che lì lo lasciavi con la speranza che lo venissero a prendere, e lì lo trovavi. Mio nonno era un rifiuto. Per me. Una cosa inutile. Puzzava, come le cose che vanno a male. Aveva l'odore del passato, dei valori del suo tempo e di chi ancora se ne faceva qualcosa della propria vita. Aveva l'odore di passato, ma era un passato andato a male, di chi non se ne fa più niente delle cose che prima lo tenevano in vita. "Nun avimm nimmanco cchiù e' sientimenti. Ci hanno arrobato e' sientimenti", lo sentivi parlare da solo. Si chiamava Rosario Cunto, mio nonno, e teneva ragione lui.

Non avevamo sentimenti. I sentimmenti non si erano radicati. Era un terreno infertile, il luogo in cui vivevamo, tutto faceva fatica a crescere, e a nascere. Erano palazzi a pezzi, quelli. Era gente a pezzi quella che li popolava. I sentimenti sono fiori, bei fiori. C'è chi a un bel fiore, proprio perchè è bello, dedica cura e attenzioni. E chi, per quella stessa bellezza, lo strappa e se lo mette all'occhiello. I sentimenti hanno bisogno di mettere radici, radici profonde. A mio nonno le avevevano strappate, le radici, perchè i nostri tempi erano diversi dal suo, e la sua bellezza non rendeva uniforme il terreno. Era troppo grande, quella bellezza, troppo impegnativa, tanto da sembrare illusione rispetto ai km di terreno infertile. E allora hanno colto il fiore e hanno lasciato le erbacce.

Mi chiamo Alfonzo, caro blog, e mio nonno mi dice sempre che la famiglia è come un blog privato, a cui raccontare storie. Mi sono salvato, caro blog, grazie alle storie di mio nonno. Un tempo me ne stavo sempre da solo, senza bisogno di raccontare, lontano dagli altri. Mio padre e il suo lavoro, i soldi, sempre troppo pochi. Mia madre e le sue urla quando voleva che salissi a mangiare o a consolarla. E il citofono rotto del nostro palazzo, che se cerchi qualcuno urli da giù sperando che si affacci al balcone. C'era bisogno di urlare per sentirci a vicenda nello stesso palazzo, figurati se da lontano qualcuno ci avesse sentito. Ci urlavamo tutto, tranne il dolore, quello lo si tiene per se stessi. In confidenza. Ho la pelle scura, mi hanno raccolto dalla strada quando ero piccolo, per darmi un letto. Ma sono sempre stato simile a loro, alla gente di questo posto. Loro non sono mai stati tanto diversi da me. Sono nati in strada, anche se a pochi passi c'è una casa. Della scuola me ne facevo ben poco, nelle mie giornate non era previsto lo studio. Non ci andavo d'accordo con i ragazzi di scuola. E me ne andavo in giro con la musica nelle orecchie.

Però, da un pò di tempo avevo cominciato a frequentare una certa compagnia, si isolavano dal mondo come facevo io. Credevo avessimo qualcosa in comune. Credevo di trovarmi bene. Era gente che toccava la sua pelle con un ago. Fino alle vene. Il sangue non bastava a mantenerli in vita, e nelle vene ci aggiungevano altro. Un pò di zucchero. All'esistenza. Nata priva ancor prima di essere privata. A casa mia quel vecchio forse aveva capito tutto da subito. Tornai stanco un giorno a casa, sera tardi, in cui non sai se augurare il buon giorno o la buona notte a tutti. Mi aspettava. Cominciò a rivolgermi la parola fin dalle scale, e raccontò per tutto quel che rimaneva della notte. Non l'avevo mai sentito parlare da quando ero lì. In quel modo, con quegli occhi pieni di luce. E di fede. Cominciai a cercarli, tutti i sentimenti che mi raccontava. Tutti quelli che gli avevano rubato.

"Me la racconti una storia nonno? Dai, me la racconti?" Glielo chiedo ogni sera, da allora, dopo i soliti capricci che un bimbo fa perchè non vuole dormire, perchè ha bisogno di una storia prima di addormentarsi, per sognare. "Dai nonno...". Mio nonno non si lascia mai pregare a lungo. Tossisce, prima di cominciare, ha le tonsille bruciate dal fumo e le mani tremanti, ma la sua voce è chiara nella stanza, sbatte contro le pareti e le abbratte. Ti dimentichi, di essere a letto. Ho sedici anni, non sono un bambino. E le storie di mio nonno non hanno nulla a che fare con la fantasia, non ti tranquillizzano il sonno. I suoi racconti ti scippano l'anima, ti bucano la pelle, e la riempiono di vita.

Ho cominciato da quel giorno a scrivere di me. A scrivere qui. E' necessario avere sempre qualcosa da raccontare. Eravamo già due fiori, tra le erbacce. Presto ne nasceranno altri.

Caro blog. Ne sono sicuro.