SILENZIO (di Imma Vivo - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

Era la prima volta che Rosario provava una sensazione simile. Non era mai successo prima e a dir la verità, quasi quasi gli piaceva. Si era svegliato di buon ora cercando di non fare rumore. Aveva preso un piccolo zaino e dentro ci aveva messo dei fazzoletti, una scarsa quantità di monetine, un ciondolo a forma di quadrifoglio che portava sempre con sé, una bottiglina d’acqua e 3 o 4 merendine. Si era vestito come sempre: jeans, maglia blu e felpa. Ma a differenza delle altre volte non si era messo le scarpe che gli aveva comprato la mamma e che ella lo costringeva ad indossare tutti i giorni per andare a scuola. Aveva deciso di mettersi quelle che gli regalò suo padre qualche mese prima di morire. Erano basse, comode, con una stella sui lati e i lacci grigi. Erano le sue preferite.

Dopo aver ripassato nella sua mente la piccola lista di tutto ciò che gli serviva, aprì la porta della stanzetta, senza fare rumore, e allungò l’orecchio per assicurarsi che la mamma stesse ancora dormendo. Sentì un silenzio tombale, identico a quello che si sentiva quasi tutti i pomeriggi quando era da solo a casa perché la madre era a lavoro. Da quando era morto il padre ormai tutto era silenzio. La musica era silenzio. Il suono dell’aspirapolvere era silenzio. La pioggia che batteva sui vetri delle finestre era silenzio. L’unico suono che voleva e gli piaceva ascoltare era la voce del padre nei vecchi filmini di quando aveva circa 3 anni. Era una voce calda e un po’ roca, piacevole all’udito. Non era una voce come le altre. Era unica e per Rosario era la colonna sonora di ogni singolo giorno. Da quando era morto però questa colonna sonora era morta insieme a lui.

Uscì dalla stanza e si avvicinò alla porta d’ingresso. Negli interi pomeriggi passati da solo a casa si era allenato ad aprirla con una forcina per i capelli. Ci era voluto del tempo ma poi aveva imparato. Nei pomeriggi seguenti si era allenato a compiere il movimento silenziosamente, tanto quanto bastava per non essere sentito nella vicina camera da letto della mamma. Avrebbe potuto compiere questa sua impresa uno dei pomeriggi di silenzio, ma voleva provare fino in fondo questa sensazione. La sensazione di scappare di casa per un giorno. Sarebbe stato troppo semplice e per questo aveva deciso di farlo quando la mamma era presente in casa. Voleva provare qualcosa di diverso, di stravagante, di un certo senso illegale. Compì il movimento già provato e ripetuto tantissime volte. La porta si aprì e Rosario poté uscire. Si girò e la chiuse con lo stesso silenzio che aveva usato per aprirla.

Il passo più importante ora era stato fatto. Scese le scale, uscì dal palazzo e si ritrovò in strada. Si fermò un attimo e guardò in cielo. Poi iniziò a camminare. Sembrava che sapesse dove doveva andare. Avevo un senso dell’orientamento che non tutti i bambini di 10 anni come lui avevano. Riuscì ad arrivare in un negozio di fiori, uno qualsiasi, non quello di fiducia della mamma, perché il fioraio conoscendolo avrebbe potuto fargli tante, troppo domande e poi avrebbe portato spia. Cacciò dallo zaino quelle poche monetine che aveva e comprò una rosa bianca. Il fioraio non si applicò a fare domande del tipo “Quanti anni hai? Dov’è la tua mamma? Come mai sei da solo?” perché vedere bambini di 10 anni girovagare per le strade di Ponticelli senza un adulto non è una novità. Forse l’unica differenza era che quei bambini ci erano nati in mezzo alla strada e quindi erano abituati.

Per Rosario invece era la prima volta, ma la cosa non lo spaventava più di tanto perché non vedeva l’ora di arrivare nel luogo in cui voleva arrivare da giorni, da solo. Ma il fioraio cosa poteva saperne? Così gli diede la sua rosa bianca e lo fece andare. Camminò ancora per un po’ e arrivò alla stazione di via Madonnelle. C’era già stato qualche anno prima quando il padre per il suo compleanno lo portò a Napoli, sul rettifilo. Quel giorno era rimasto impresso nella mente di Rosario, ricordava ogni minimo particolare. E così, ricordando il momento in cui il padre fece i biglietti allo sportello, si avvicinò allo stesso sportello e chiese un biglietto per San Giovanni. La reazione dell’uomo dietro lo sportello fu la stessa del fioraio, e così, dopo aver timbrato il biglietto, Rosario scese le scale e arrivò al binario 1.

C’erano poche persone. All’incirca 5 o 6. Erano le 8.20 del mattino e il treno sarebbe arrivato alle 8.33. Sulla prima panchina c’era un anziano signore, con un cappello blu in testa e degli occhiali da sole molto scuri. Appena Rosario gli passò davanti, l’anziano iniziò a dire “Che schifo! Che schifo!” Rosario si fermò e lo guardò pensando che quelle parole fossero riferite a lui. Notò però che l’anziano non fece caso a lui, ma continuò a parlare “Che schifo! Io non ci posso pensare” Rosario fece un passo indietro tenendo lo sguardo fisso sugli occhiali dell’anziano. Ma quest’ultimo niente. Continuava a parlare e a ripetere la stessa frase, fino a quando non dice “Carmelì, ti rendi conto? Che schifo. Io non ce la faccio più. Sono 74 anni che vivo in questo paese e il treno delle 8.33 è sempre in ritardo. Ma come si fa? Sono le 8.40!”

Rosario guardò l’orologio, erano le 8.23. Lì capì che l’anziano doveva essere cieco e che non riusciva a leggere l’orologio. Voleva dire qualcosa, voleva informarlo che si sbagliava e che il treno ancora non arrivava perché era ancora presto. Ma non ci riusciva, anche perché l’anziano continuava a parlare. “Carmelì, io sono stanco, questo posto fa schifo. Vorrei andarmene lontano, all’estero magari. Ho sempre voluto andare all’estero, ma sai perché non ci sono mai andato, né Carmelì? Perché c’era Luisa mia che aveva paura dell’aereo. Ti ricordi? Quella teneva proprio paura! Io ci sono sempre voluto andare, ma mai senza Luisa mia. Ah, quanto la volevo bene, Carmelì. È stata l’unica donna della mia vita, e non ho mai desiderata un’altra! Ricordo ancora la prima volta che la vidi.

Stavamo a piazza Dante. Era quasi finita la stagione. Io stavo con un mio amico, la buonanima di Giuseppe Iodice. Lei stava da sola, aveva un vestitino a fiori con certe scarpe bianche. Era appena uscita da Portalba e aveva in mano un sacco di libri. In mezzo alla piazza stavano pazziando alcuni bambini e uno di questi correndo le diede uno spintone. Ovviamente chella creatura non l’aveva fatto apposta, ma a lei caddero tutti i libri da mano. Io approfittai del momento e la andai ad aiutare. Lei era timida. Come era timida, Carmelì. E questa cosa mi piaceva assai. Quel giorno parlammo poco. Mi disse che doveva iniziare l’università e che doveva comprare tanti di quei libri che stava risparmiando i soldi da due anni e che il giorno dopo doveva tornare a comprarne altri. Vuoi sentire io che feci, Carmelì? Il giorno dopo tornai a piazza Dante e lei stava là con i libri in mano. Mi aveva riconosciuto, così si mise a ridere. E da lì, non ci siamo più lasciati. Quanto era bella, Carmelì. E quanto mi manca!

Sono passati 4 anni da quando è morta e io ancora non me ne faccio capace. Vorrei che fosse ancora qui con me, affianco a me ad aspettare il treno come abbiamo fatto tante di quelle volte in estate per andare a farci una passeggiata a Mergellina. Io mi scocciavo sempre di aspettare, lei invece teneva pazienza sia ad aspettare che a sopportare me. Dovrebbero farla santa a quella donna, Carmelì. Santa! Papà suo mica voleva darmela in moglie! Lui mi schifava proprio. Ma a lei non interessava, lei mi amava assai. Figurati che facemmo anche la fuitina! Eravamo giovani e innamorati, Carmelì. E nessuno poteva dividerci. Quando ebbi l’incidente quella maledetta notte di Capodanno, lei mi è sempre rimasta vicino! Stava tutti i giorni in ospedale e quando il dottore mi disse che la vista non sarebbe più tornata, io piangevo e piangevo. Lei voleva farmi credere che non piangeva e diceva che sarebbe andato tutto bene, ma io la sentivo. Sentivo che ogni tanto singhiozzava. Mi amava assai e non mi ha abbandonato.

Sono 4 anni che non ci sta più, e io sto da solo qua ad aspettare il treno. Cioè, solo no. Ci stai tu, o no Carmelì? Carmelì? Dove stai? Perché non rispondi? Perché non abbai più? Carmelì? Mi hai abbandonato Carmelì? Di solito sono gli uomini ad abbandonare i cani, non i cani agli uomini. Vabbè, pacienza. Ti ho voluta bene pure a te, Carmelì ”Rosario, durante tutto il tempo si era seduto affianco all’anziano signore senza fare rumore e guardandolo, ascoltandolo. Ad ogni frase che pronunciava l’espressione del viso cambiava. Questa cosa affascinava Rosario e attirava così tanto la sua attenzione che senza accorgersene si erano fatte le 8.33 e il treno stava arrivando. L’anziano si alzò e con il bastone arrivò alla porta del vagone. Rosario lo seguì mantenendo una certa distanza. Lo fissava e studiava ogni suo singolo movimento. Arrivarono a San Giovanni e l’anziano signore si alzò per uscire. Rosario capì che doveva scendere anche lui e così lo seguì. Ad un certo punto era talmente preso dall’osservazione dell’anziano che non si rendeva conto di dove stava andando. Lo seguiva. Lo seguiva e basta. Non notava nemmeno dove andasse, se entrasse da qualche parte. Era come se tutte le cose intorno a se sparissero e rimanesse solo la sagoma di quell’anziano cieco che camminava a passi lenti davanti a lui.

All’improvviso l’anziano si fermò. Erano arrivati al cimitero. Si tolse il cappello e si inginocchiò, su una tomba. Era Luisa sua. Ormai aveva imparato a memoria il percorso da seguire per arrivare fino a lì. Ci era andato quasi tutti i giorni per quattro anni, prima accompagnato dai figli e poi da solo. Rosario si fermò e continuando a fissarlo iniziò ad indietreggiare fino a quando non sentì un ostacolo dietro il tallone. Si girò e volgendo lo sguardo a terra vide una tomba: “Simone Cunto” era suo padre. Quello era il posto in cui voleva arrivare da giorni, da solo. Pose la rosa bianca sotto al nome del padre e rimase a fissarlo, in silenzio.