FUGA (di Giulia Pellegrino - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

Io Rosario Cunto, mi ritrovo qui, nella mensa del carcere di Poggioreale.

Piatti che volano, gente che urla, ma per fortuna domani io e mio padre scapperemo via di qui, lo tirerò fuori da questo posto che puzza di malavita. Dal lato opposto al mio tavolo il capo della famiglia più pericolosa e temuta di Barra, racconta fiero di essere stato arrestato per aver commesso un omicidio ai danni del suo più acerrimo nemico: Giovanni Bicchiori, detto “Cap e pezz” perché in testa indossava sempre una bandana bianca. Appena finita di raccontare, soddisfatto, la sua storia, con un cenno del capo si rivolge al giovane che gli è seduto di fianco dicendogli: “E tu ch’è fatt?” Il giovane all’incirca ventenne, quasi pentito, racconta di essere stato colto di sorpresa nel bel mezzo di uno scambio di sostanze stupefacenti. Concluso il discorso il capotavola scoppia in una risata che coinvolge tutti gli altri detenuti. “Io non ci trovo nulla da ridere” penso tra me e me, ma il boss accortosi del mio poco umorismo, con aria autoritaria mi chiede: “Uagliò, tu ch c ric?” Come un flash mi ritorna in mente la rapina, la pistola, l’arresto. Tutto ciò per entrare in questo posto e tirare fuori mio padre, ma questo a loro non posso dirlo; se hanno riso per lo spacciatore non oso immaginare cosa mi faranno. Senza timore rispondo: “Rapina a mano armata” Il boss, ondeggiando con la testa avanti e indietro come se stesse pensando: “Giusta motivazione”, guarda gli altri che in silenzio aspettano un suo commento che però non arriva. Pochi secondi dopo arrivano le guardie che ci ordinano di tornare in cella.

Sono le otto di sera, non riesco a dormire. Penso a domani, sento già il profumo di libertà; andrò via da Napoli ma prima voglio fare qualcosa per salvare questo paese. Questo paese in cui la giustizia non esiste ed è la camorra a comandare su tutto e tutti. Cosa fare non so, ci penserò domani, quando sarò fuori da qui.

Come ogni mattina mi risveglio tra le urla e la puzza di fumo, che ormai mi è entrata nelle vene. Alla solita ora mi sbattono in cortile e mi concedono di respirare aria pura e di riscaldarmi sotto i raggi del sole. E’ anche l’unico posto in cui ritrovo mio padre. Ma oggi non abbiamo tempo per goderci ciò, c’è di meglio da fare: abbiamo solo trenta secondi per sfuggire alle guardie che si danno il cambio al cancello del retro. Fingiamo  entrambi indifferenza, ma è giunto il momento. Con un abile scatto riusciamo ad oltrepassare il cancello. Sento il battito cardiaco accelerato, quasi come se avessi due cuori in uno. Uno sparo, ma non sento dolore, non io…