Rosario aveva circa 15 anni... (di Giulia Manfelotti - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

Rosario aveva circa 15 anni quando suo padre, boss della malavita di San Giovanni venne ucciso da alcuni sicari del clan avversario al suo e da lì tutto ebbe inizio...

Fino ad allora, il fatto che suo padre fosse un “potente”, l'aveva fatto sentire diverso dagli altri, ma in maniera positiva. Ogni volta che usciva a fare una partita di pallone con gli amici, c'era sempre qualche scagnozzo del padre che gli stava attorno come se fosse un famoso calciatore oppure un attore che tutti ammirano e per questo si sentiva potente, proprio come il suo papà; ogni volta che a scuola succedeva qualcosa, lui aveva sempre ragione, perché era il figlio del boss e chi si metterebbe mai contro ad un boss? A San Giovanni poi...

E così era andata avanti fino a quel giorno. Quella mattina Rosario era a scuola, un giorno normale: lui e i suoi soliti amici con i quali si divertiva a prendere in giro il secchione della classe, i ragazzi delle medie e chiunque non gli andasse a genio, erano fuori scuola, non erano entrati perché era giovedì e il giovedì c'era quella di matematica che a Rosario non andava proprio giù e figurati a quegli altri due o tre scugnizzi che gli facevano da seguito, quando all'improvviso una canzone neomelodica richiamò l'attenzione dei ragazzi, era il cellulare di Rosario e chi lo stava cercando era Pasqualino, uno dei “collaboratori” di suo padre “Rosà, ti sto venendo a prendere, è successa una cosa grave a tuo padre”. Le parole di Pasqualino rieccheggiavano nella testa di Rosario come le botte che si sparano quando segna il Napoli! Cos'era quella cosa grave? Che stava succedendo al boss?

Rosario non voleva mostrare quanto se la stesse facendo sotto dalla paura e così disse ai suoi amici che lo stavano venendo a prendere perché doveva andare a fare un servizio importante con Pasqualino, ma nella sua espressione c'era qualcosa che non andava e Gerozzo, che conosceva Rosario dai tempi delle medie, si accorse che quello che aveva detto Rosario non era altro che una menzogna, e che qualcosa di grave stava accadendo. Così lo prese in disparte e cominciò a fare domande, senza riscontrare grande successo. Dopo poco si sentì il rombo della moto di Pasqualino che, ovviamente senza casco, si dirigeva a tutta velocità verso il cancello di scuola. “Rosà, jammuncenne!” e così scomparirono entrambi verso la strada che portava al quartier generale del boss. Durante il tragitto Rosario non ebbe il coraggio di chiedere cosa fosse accaduto a suo padre ma arrivati a casa, dopo essere sceso dalla potente moto il ragazzo non riuscì a trattenere la curiosità e chiese all'uomo con voce tremante “Ma cos'è successo a papà?” Pasqualino lo guardò con uno sguardo di compassione che Rosario non aveva mai visto negli occhi di quell'omone all'apparenza senza un briciolo di cuore “Rosà, l'hanno sparato a tuo padre!”. Rosario si sentiva solo, era come se il proiettile avesse colpito lui, tutto il mondo gli cadde addosso, l'immagine del padre gli scorreva dritta davanti agli occhi e furono solo le grida della madre a riportarlo alla realtà. “L'ann accis, annanz a l'uocchie mij, m' l'ann accis!”. Rosario corse tra le braccia della madre come quando era ancora piccolo e rivestendo il ruolo di uomo di casa cercò di assicurarle che sarebbe andato tutto per il meglio ma lei continuava a piangere e in mezzo ai singhiozzi riuscì a dire al figlio “ Rosà, ti voglio bene a mamma, non fare la stessa fine di tuo padre, fattell cu chi è megl' e te”.

Dopo pochi minuti le sirene della polizia e dell'ambulanza risuonarono per tutto il quartiere: un mandato di cattura per Pasqualino e gli altri scagnozzi e un'ambulanza per il corpo senza vita del boss.

Per due, tre giorni di tutta la famiglia Cunto non se ne vide nemmeno l'ombra, erano tutti chiusi nella grande villa a struggersi dal dolore per il lutto. Il primo ad uscire fu proprio Rosario: durante quei giorni aveva pensato a lungo alle ultime parole che la mamma gli aveva detto prima di rinchiudersi in camera sua e rimanere lì senza voler mangiare o parlare con nessuno, “ fattell cu chi è megl' e te” ma che significava? Chi era meglio di lui? Qualche giorno prima Rosario avrebbe risposto a sua madre che non c'era nessuno meglio di lui e forse la madre lo avrebbe anche assecondato, ma ora? Rosario voleva a tutti costi capire a chi avrebbe dovuto ricoprire l'importante ruolo del “megl' e te” e così scese per strada non vedeva nessuna via d'uscita, le solite facce, le solite brutte facce. A chi avrebbe chiesto aiuto Rosario? Forse davvero non c'era qualcuno meglio di lui o semplicemente qualcuno che potesse cambiare il destino di Rosario, sarebbe stato anche lui il boss? Oppure avrebbe cambiato strada? Questo lui non lo sapeva, non poteva prevedere cosa sarebbe successo in futuro, ma già il fatto che avesse provato ad uscire da quella realtà, quello era “natu Cunt”.