La carta di identità (di Anna Borrelli - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

Io cercavo la mia carta d'identità. La perdo ogni qual volta mi allontano da qualcuno o qualcosa che mi piace. Se ti spiegassi una cosa capiresti? Riusciresti a non badare alle parole? Io l'ho imparata vivendo con loro, tra loro, da quando si è bimbi e poterla insegnare sarà un notevole punto di forza… Naturalmente non sono un educatore, ancora non so se posso esserlo. Io che in tanto da fare, giro in tondo. Mi chiedo se potrebbe avere stima di me un bimbo, uno scugnizzo che corre sulla sua bici, spericolato, impennando sulle strade e per i vichi… Il segreto sta nel aver un contatto, qualsiasi tu scelga, con un gran numero di persone.

E a quella fermata del treno incontrai un ragazzino, un certo Cunto, cosi si era presentato. Era seduto sulla panchina, non so se aspettava qualcuno, ma quando mi vide scendere dal treno mi si avvicino con quell'aria curiosa e per niente timida. Mi chiese l'ora. Poi con tono più marcato e sfiducioso mi chiese cosa ci fosse a Ponticelli: niente proprio! Prima ancora che le mie parole potessero suonare fuori luogo, come dette da chi non vive il posto, preferii continuare ad ascoltarlo e seguirlo in quel giro che stranamente già indovinava la meta. Non mi indicava il nome della strada, anche lui come me ha una memoria fotografica.

Nei pressi della stazione c'è il “Gallo” la gelateria più rinomata di Ponticelli per i suoi mini coni con cialda fritta a gusto di cioccolato, nocciola e panna, buoni anche alla crema di limone; e praticamente di fronte una saporita pizzeria napoletana. Non mancano certo negozi, di indumenti, di scarpe, una merceria, e in fondo alla strada una cartolibreria, molto ben fornita e affollatissima nel mese di settembre. C'è sempre movimento per le strade, c'è chi di giorno deve fare, e no, non ha piacere di fare. C'è sempre qualcuno seduto sulle panchine sul marciapiede, ci sono giovani che la sera non sanno bene dove andare. Ci sono sempre partite di ”calcio” improvvisate ovunque da gruppetti di ragazzini che non hanno paura  neanche di giocare per strada. La strada dove è totalmente assente il senso civico: auto parcheggiate in seconda fila, motorini che sfrecciano veloci, persone che si fermano a parlare bloccando il passaggio, e dove l'inquinamento acustico regna sovrano. […]

Il ragazzino sapeva muoversi abilmente e velocemente, conosceva molti lì, diversi lo invitavano a giocare a pallone con loro. E lui questa volta, incappato in una sconosciuta a cui faceva da “cicerone”, rifiutò l'invito contento. La strada, quante sorprese porta con sé.

Probabilmente quel pomeriggio dimenticai cosa mi frullava per la testa, l'incontro con quel ragazzino mi lasciò poche parole. Identificarsi sotto gli occhi di un'altra persona può essere proposto come gioco, può essere quello che facciamo comunemente. La nostra identità non mette radici, è in continua ricerca. Forse anche quel ragazzino non trovava la sua carta d'identità, non quella che si fa a sedici anni, era ancora piccolo. Mi spiegò più avanti, che per lui la stazione era il posto più vario a cui potesse accedere. Aspettava seduto sulla panchina la fermata del treno, lo vedeva partire, e attendere poi il suo ritorno. Lì trascorreva molti pomeriggi, soprattutto quando c'era il sole. Lì ci andava solo. Era un segreto che pochi avrebbero capito, neanche gli amici. La mamma lo lasciava scendere perché doveva andare a studiare insieme ad altri compagni in biblioteca, infatti controllava che avesse lo zaino, che ci fossero i libri, ma mai si accertava se vi andasse veramente. La mamma vedeva il risultato finale, il figlio crescere, e gli ripeteva, soddisfatta, quanto importante fosse lo studio, quanto questo gli avrebbe permesso un futuro migliore lontano da dove viveva ora. Cunto sorrideva ma non aggiungeva altro.

Comprese il segreto dell’osservazione. Divenne un bravo scrutatore che non aveva bisogno di finestre con vetri trasparenti per guardare la realtà, stava imparando a filtrarla con i propri occhi.

Così, quando il ragazzino mi vide scendere dal treno, con uno zaino sulle spalle non ebbe motivo per non credere che fossi diretta verso un polo di studio. Non traspariva nulla in me di particolarmente artistico, che potrebbe destare l'attenzione per cose nuove… ma trovare un compagno di strada con cui poter condividere la stessa curiosità per le persone più che per l'ambiente che ci circonda è decisamente un punto di forza. E questo Cunto l'aveva ben capito.