Salve ragazzi... (di Andrea Rispo - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

Salve ragazzi,
ci tengo a precisare che dico così non perché sto per raccontarmi una favoletta o farvi la solita ramanzina, ma voglio che voi riflettiate.
Sono stato vicino alla droga, ai malavitosi e ad altre situazioni poco piacevoli. Ho visto gente morire e sono stato vicino alla morte io stesso più di una volta.
Ognuno di noi ha un sogno. C’è chi sogna il Napoli che vince lo scudetto, c’è chi sogna di diventare un attore, io sognavo una città migliore.
Ora voglio raccontarvi di una nuova Napoli.
Il problema è che non tutti riescono, come me, a scappare da queste situazioni. Io ho avuto la fortuna e il coraggio necessari per capire che quel contesto e quell’ambiente non andavano per niente bene.
Gerozzo ha continuato a fare il capuzziello anche fuori scuola. Ha incontrato la persona sbagliata ed è stato ucciso in una lite per un posto in un parcheggio. La cosa più brutta è averlo saputo quando mi hanno chiesto di disegnare il suo volto su un muro e, anche se è stato lui il primo a portarmi sulla cattiva strada, ho dovuto sforzarmi molto per trattenere le lacrime.
Per mesi non mi potevo muovere e ho rischiato di non poter più camminare e mi sono sentito quanto mai vicino alla signora Anna. Lo so che sono le solite cose che si dicono e vi chiedo, ragazzi, di non dire che voi non fareste lo stesso o addirittura che non lo farete mai, ma, sebbene non sia stato il massimo, rimpiango i bei vecchi tempi.
Ora sono un uomo diverso.
Lo devo a quando ho visto un ragazzo essere assassinato ,passando davanti alle cinque torri, mentre andavo a lavorare.
Stavano lì che parlavano, non so cosa si stavano dicendo perché ero troppo lontano, ma ero sicuro che stavano parlando. Io quel giorno camminavo a piedi perché la macchina era dal meccanico. Erano tre o quattro, cinque al massimo e urlavano contro questo ragazzo. Ad un certo punto si è inginocchiato e ha cominciato a pregarli. Uno ha cacciato una pistola e gli ha sparato in fronte. Non l’ho visto, ma ho sentito lo sparo.  Me l’hanno raccontato, il resto. Avevo già girato l’angolo, per fortuna, se no avrebbero potuto eliminare un possibile uccellino.
Dopo aver visto la scena, ho chiamato la polizia, ma erano già andati via.
Per quanto addolorato, disegnai la faccia di Gerozzo, ma quel ragazzo… non ce l’ho fatta.
Aveva ventidue anni, si chiamava Gianni e lavorava il pomeriggio in una salumeria per pagarsi le tasse dell’università. Da un po’ se la faceva con degli scugnizzi che prima si andavano a drogare dietro la circumvesuviana e poi andavano a giocare a poker con dei figli di criminali in bische clandestine e circoletti malfamati. Gianni aveva fatto troppi debiti che non poteva pagare. Questi ragazzi avevano già picchiato la madre ed erano andati a prenderlo.
Era iscritto a ingegneria, prendeva il treno tutti i giorni perché viveva solo con la madre e non guidava. Era uno dei pochi che faceva il biglietto anche per una fermata, era uno di quelli che ringraziava e chiedeva scusa sempre, era uno su un milione, a Napoli. Era un bravo ragazzo.
Preso dall’esasperazione, ha cominciato a giocare d’azzardo. Gli è andata bene una volta, pure la seconda, ma poi hanno imbrogliato pur di tagliarlo fuori. Almeno così dicono, ma è molto probabile, conoscendo ‘sti soggetti. Gianni aveva fatto volontariato al Santobono perché con la mamma in quelle condizioni, sapeva che significava stare da soli e volere anche una persona per chiacchierare. Aveva avuto un incidente in macchina e le si erano paralizzate le gambe. Quel giorno Gianni era a scuola e non poteva farci nulla.
Il caso ha voluto che il colpevole dell’incidente era l’assassino di Gerozzo. Inutile dire che nemmeno l’assicurazione ha pagato quella povera donna che ora, come se non fosse già abbastanza, si ritrova sola.
Nell’ultimo periodo piangeva notte e giorno e pregava perché suo figlio la smettesse di frequentare questa gentaglia.
Gianni accudiva la madre da solo perché il padre l’aveva abbandonata quando era piccolo. La famiglia non è stata proprio il massimo per lui, ma sua madre era indispensabile tanto quanto Gianni era indispensabile per lei.
Era un bravo ragazzo, così dicono gli amici. Si era perso.
Mi dispiace non averlo conosciuto perché, come me, poteva capire. Poteva cambiare.
Io sono Rosario Cunto, ne ho viste e vissute di cotte e di crude ma oggi vivo per salvare gli altri.
Sembra una cosa stupida detta così per dire, ma non lo è.
C’è chi ha bisogno di un aiuto e chi no. Chi ce la fa da solo deve aiutare chi ne ha bisogno.
C’è un piccolo Rosario Cunto in ognuno di voi, ragazzi. Non è mai troppo tardi per prendere la retta via.
C’è un piccolo Rosario Cunto che aspetta solo di venire fuori.