Era un pomeriggio come tanti... (di Alessandra Ciccarelli - Liceo Scientifico Calamandrei)

 

Era un pomeriggio come tanti, tornato da scuola, si sbarazzò della cartella come di un grosso masso, si sedette a tavola e iniziò a subire l'interrogatorio della madre; solo che quel giorno Rosario aveva un'aria silenziosa e rispondeva alle domande soltanto con piccoli cenni e mugugni. Era così misterioso, sembrava nascondere qualcosa che non aveva il coraggio di dire. Mentre mangiava ripensava a quello che era successo a scuola.

I suoi pensieri erano rivolti ad Antonio e Mario, due ragazzi che abitavano nel suo stesso rione. Cominciò a mettere a fuoco le poche volte in cui era riuscito ad avere un contatto con loro, giocando a pallone per strada, con una partita a carambola nella sala giochi o quella volta che lo resero partecipe di una discussione sul goal di Cavani, non riuscivano a capire se era fuorigioco o no. S'illudeva di essere amico di due ragazzi che in realtà non conoscevano neanche il suo nome.

Timido e riservato, Rosario aveva sempre mantenuto le distanze da loro poichè aveva paura di essere preso in giro, data la loro schiettezza e sfacciataggine. Di certo non erano dei ragazzi molto seguiti. Li spiava dalla finestra di sera, facevano le ore piccole giù al rione con altri ragazzi più grandi. Era inevitabile sentire le loro urla, i loro rumorosi schiamazzi. Se ne fregavano delle persone che tornavano stanche da lavoro o degli anziani che in preda alla disperazione, chiamavano i carabinieri; solo a quel punto diventavano formiche e scappavano ognuno in una direzione diversa. A scuola non venivano spesso e quella volta che decidevano di andarci per fare qualcosa di diverso, arrivavano sempre in ritardo ancora assonnati per la sera precedente. Con impressionante comodità facevano colazione al bar al primo piano e poi entravano in classe. Rosario era lì in quel banco già da trenta minuti, la madre ci teneva a farlo essere preciso: lo svegliava presto, gli preparava la colazione e i vestiti. Infondo provava un po' di invidia, avrebbe voluto essere anche lui ogni tanto come loro.

All'intervallo Antonio e Mario vennero chiamati da uno strano tizio che riferì loro qualcosa in fretta e furia, cosicché i due si precipitarono in cortile. Rosario capì immediatamente che c'era qualcosa che non andava. Li seguì senza dare nell'occhio si fermò nel corridoio che affacciava sul cortile. Vide i due dirigersi verso quattro ragazzi che li attendevano con ansia,  Antonio frugando tra le tasche, Mario guardandosi intorno. Perdevano tempo. I quattro ragazzi iniziarono così a perdere la pazienza e di lì a poco gli sguardi minacciosi si accesero in una discussione che diventò più cruenta. Parolacce, insulti, fino a che il tutto non si concluse come ormai si è soliti risolvere le questioni qui a Ponticelli: con le mani ( unico strumento a disposizione in una scuola, dove non si hanno bastoni o coltelli appresso).

Rosario, che osservava lo svolgimento della vicenda dai vetri di una sporca finestra, fu assalito da uno strano senso di agitazione, non poteva rimanere nascosto lì dietro, inerte. All'improvviso con uno scatto fulmineo si catapultò nella rissa, colpì alle spalle uno dei quattro ragazzi, facendolo cadere a terra e con un calcio liberò Antonio da un altro. Nel frattempo, da una delle porte che affacciavano nel cortile, era giunta la preside insieme ad uno stuolo di collaboratori, evidentemente richiamata da chi aveva assistito alla scena. Alla loro vista tutti i ragazzi si diedero precipitosamente alla fuga, rientrando nei corridoi da diverse entrate; tutti tranne Rosario che fu portato in presidenza per spiegare l'accaduto.

Seduto fuori la stanza della dirigente lo sguardo di Rosario era rivolto verso il pavimento. Si sentiva strano, ripensando alla scena di pochi minuti fa realizzò che non aveva mai fatto a botte prima di allora, né aveva mai avuto il coraggio di intromettersi in una questione che non lo riguardava e non capiva nemmeno il motivo che l'aveva spinto a farlo. L'unica cosa che gli venne in mente fu che forse ora Antonio e Mario lo avrebbero guardato con occhi diversi. Mentre era seduto vennero ascoltati anche altri ragazzi, e per un istante incrociò lo sguardo di Antonio nel momento in cui entrava in presidenza. Quando fu il suo turno, entrato nella stanza, discolpò in modo abbastanza convincente i due suoi “nuovi amici”.

Dopo di lui altri testimoni furono sottoposti alla pressione dell'interrogatorio della preside. Quest'ultima si pronunciò una mezz'ora più tardi rendendo noto il provvedimento: "L'alunno Cunto Rosario è sospeso per giorni 15 dall'istituto per i gravi fatti di cui si è reso protagonista!" Rosario, incredulo, avrebbe voluto spiegare che era intervenuto solo per difendere due amici, ma non trovava le parole. In quel momento si rese conto che tutto quello che aveva fatto per farsi accettare era stato inutile.

Alla fine, come sempre, si ritrovò solo…