La partita della vita (di Noemi Baldari - AICS)

 

Erano precisamente le 7:50 quando varcai la soglia di questo triste luogo bianco. Ero un po' triste, ormai mi ero abituato a quella vita, ma da quel giorno per me fu tutto diverso…

Mi ricordo che ci mettemmo in viaggio alle 8:00 in punto, il sole era molto forte e accanto a me nel pullman sedeva un ragazzo un po' cicciottello, Michele, che era stato adottato da una famiglia molto ricca. Viaggiammo per ben due ore prima di leggere la scritta: “Casa Famiglia insieme per la vita”.

Fui accolto da subito benevolmente dal personale, ma anche dai miei nuovi amici. Mi ricordo che strinsi amicizia con tutti , ma in particolare con Pasquale, Marco e Giovanni. Ci chiamavano i fantastici 4. Avevamo sempre la battuta pronta, combinavamo guai di qualsiasi tipo, ma eravamo sempre pronti a coprirci l’ uno con l’ altro; ci confrontavamo su ogni minima cosa, ci scambiavamo idee e pensieri, ma soprattutto condividevamo tutti la stessa passione: “il calcio”.

Ogni mercoledì e venerdì ci riunivamo per la solita partita. Amavo trascorrere quel momento con i miei amici, quando calciavo quella sfera rotonda mi sentivo libero da ogni pensiero, da ogni preoccupazione. Giocavo in attacco nella squadra dei verdi, con Marco e Giovanni a centro campo e Pasquale in difesa. Ricordo solo i nostri di ruoli, perchè e' piezz' fort' ra' squadr' erm' nuje, ovviamente. Il calcio divenne fondamentale nella mia vita, ma il mio tempo nella casa famiglia era scandito anche da altre attività. Mi piaceva infatti anche cucinare, giocare a tennis, disegnare e fare il tiro con l' arco. Ogni giorno mi dedicavo ad un’ attività differente e mi divertivo come un matto con i miei compagni. Conoscevo quasi tutti, e ovviamente avevo anche una grande cerchia di amicizia femminile; ero il più carino nell’ istituto, dopo Giovanni però.

Mi ricordo che l' ultimo giorno trascorso lì era molto assolato, ma nonostante ciò decidemmo di organizzare un'ultima partita di calcio tutti insieme, poiché quel maledetto primo settembre avremmo lasciato tutti questa nostra dimora, perché sì, ormai per noi quella era diventata la nostra unica grande famiglia. Eravamo pronti per entrare in campo quando ci comunicarono che tra il pubblico c'era un osservatore di calcio dell' Atalanta, don Vincenzo Bentivoglio, che avrebbe scelto uno di noi, per giocare nella sua squadra. A fine partita il mister ci ordinò di andare sotto la doccia, poiché l' esito si sarebbe saputo solo l' indomani. Non avrei mai immaginato che il prescelto fossi io e non so descriverti la mia gioia quando il mister pronunciò il mio nome. Finalmente avevo trovato anche io un genitore, e non solo, anche un altro ottimo mister. E così iniziò per me un' altra fase della mia vita.

L’allenamento a Montecatini era duro e fu difficile per me abituarmi… Ogni giorno quella maledetta sveglia suonava alle 7:30, facevo una colazione rapida, ma sana, e poi subito in campo. Mi allenavo due volte al giorno, di sera dunque ero distrutto e dopo una bollente e lunga doccia, mi buttavo a capofitto nel letto. Era il mese di maggio, fine campionato, quando insieme alla mia squadra effettuai vari provini con Bellini e Sartori, miei compagni di squadra, per giocare finalmente in serie A. Era il 24 agosto quando ci fu comunicata la squadra che ci aveva scelti.

Il cuore mi batteva forte, mi sentivo la gola secca e scoppiai in un pianto profondo quando Vicienz', perché così lo chiamavo, mi disse che ero stato venduto non al Milan, neanche alla Juve, ma al Napoli. Finalmente coronai quello che era da sempre il mio sogno nel cassetto, ritornavo a Napoli, ma questa volta non da scugnizzo, da campione.

Il 5 settembre ebbe inizio il campionato, il nuovo mister mi mise in campo da titolare con la maglia azzurra numero 24, il numero dei miei anni. Quel giorno lo stadio San Paolo era in delirio, tutti urlavano il mio nome, il mio cuore era a mille, mi tremavano le gambe e appena sentii quel fischio mi passarono davanti agli occhi tutti i fantastici momenti trascorsi nella casa famiglia. Diedi il meglio di me, non ci avevo mai messo tutta quella grinta in nessuna altra partita, poiché quella non era una partita come le altre, ma bensì la MIA partita.

“Amore, ecco questa è la mia adolescenza, lo so che non è delle migliori e pertanto auguro al nostro piccolo tutt' altro nella vita”.

“E dei tuoi vecchi amici che mi racconti?”

E così con gli occhi pieni di lacrime riuscii semplicemente a dirle: “Rosellì di questo ne parliamo domani, perché chist’ è natu' cunt'!