Il sogno realizzato… (di Gianni Piscopo - AICS)

 

È il 10 febbraio 2005.

Mi ritrovo in queste quattro mura di una casa famiglia e ogni tanto penso e ripenso alla mia vita passata. Non riesco a staccarle gli occhi di dosso, non riesco a toglierla dai miei pensieri, si chiama Monica, è alta, bionda, la più bella della casa famiglia. Beh almeno per me!

Abbiamo svolto in questo ultimo periodo alcune attività laboratoriali insieme e i nostri sguardi si sono incrociati più di una volta. La voglio, la voglio solo mia, tutta per me.

Il mio amico Pasquale dopo avergli raccontato tutto, mi ha consigliato di confessarle ciò che provo nei suoi confronti. E così il 28 aprile mi son fatto coraggio e l’ho raggiunta nella sua camera. Entro precipitosamente perché pronto a dirle tutto, ma mi blocco vedendo il suo riflesso nello specchio. Si sta truccando, perché ovviamente non esce dalla sua camera senza aver perso mezza giornata per prepararsi. Con il cuore in gola le dico di seguirmi subito nel giardino principale, con la scusa di mostrarle i fantastici fiori di gemma appena sbocciati. Mi sono preparato un bellissimo discorso, ma arrivati in giardino, non faccio altro che sussurrarle nell’orecchio un semplice mi piaci e di colpo la bacio.

Trascorriamo tutta la giornata insieme, durante la quale mi racconta della sua adolescenza ed io, ovviamente, della mia. Da quel giorno siamo inseparabili, non passo un solo minuto senza lei. Insieme siamo felici e soprattutto desiderosi di trascorrere tutta la vita insieme. Dopo circa due anni, diventati maggiorenni, acquistiamo libertà. Ci trasferiamo a casa di mia cugina Roberta in attesa di trovare lavoro e soprattutto un piccolo appartamento. Monica trova lavoro come cameriera in un piccolo ristorante del centro, mentre io mi guadagno da vivere facendo l’ idraulico con mio zio. Passa un anno e con i nostri risparmi, ma soprattutto con l’aiuto dei miei zii, fittiamo un appartamentino; e insieme decidiamo di iscriverci alla facoltà di Scienze dell’ Educazione, dopo il mio lungo travaglio per prendere il diploma. Il nostro sogno è quello di aiutare i bambini che hanno avuto un’ infanzia come la nostra, pertanto dopo ben sei anni di sacrificio riusciamo a laurearci.

Monica diviene segretaria in uno studio medico, io invece lavoro in un’ agenzia immobiliare e di pomeriggio insieme diamo lezioni gratuite ai figli di Zi Marì e di altre signore del vicinato. Nel frattempo Monica stringe un buon rapporto con il medico dello studio in cui lavora, al quale confida giornalmente i suoi problemi, i suoi pensieri e i suoi desideri. Una domenica il dottor Morelli ci invita a cena a casa sua e ci confida di volerci aiutare a realizzare il nostro sogno, finanziando l’apertura di un’associazione per aiutare i bambini a rischio. Mi dedico personalmente alla ristrutturazione della sede associativa e dopo alcune settimane insieme a Monica inizio anche a progettare le varie attività da svolgere. Ci dedichiamo a bambini di età non inferiore ai sei anni che non solo svolgono i compiti, ma si esercitano nel disegno, nella realizzazione di oggetti in argilla e praticano pallavolo, calcio, ballo e a tante altre attività. Questo durante il periodo invernale, in estate invece, da maggio fino a luglio, ci appoggiamo ad una scuola molto grande nelle vicinanze e realizziamo una sorta di campo estivo nel quale i bambini possono divertirsi soprattutto con giochi acquatici organizzati in giardino.

Purtroppo però in pochi non possiamo gestire il numero crescente di bambini che ogni giorno si presenta, dunque penso di ritornare con Monica nella casa famiglia che ci ha ospitati per chiedere al direttore il permesso di affidarmi alcuni ragazzi che sarebbero diventati maggiorenni entro l’anno. Ma purtroppo non possedendo ancora una casa il direttore mi comunica che non è possibile. Esco da quel luogo sconfortato, avrei dovuto pensare ad un altro modo per racimolare operatori, e mentre credo di non potercela fare, vedo davanti ai miei occhi quattro ragazzi su un motorino. In un primo momento non li riconosco, ma guardandoli bene mi accorgo che sono Gerozzo, Tarzaniello, o’ciuott e o’nazista. Sono passati ben tredici anni dall’ultima volta che ci siamo incontrati, ma non sono cambiati per niente…. Ci salutiamo e passiamo delle ore insieme, gli presento Monica e infine gli propongo di diventare nostri collaboratori. Non mi danno risposta, anzi scoppiano a ridere come matti, ma io insisto e li invito a pensarci…

Quest’anno abbiamo ben duecentocinquanta bambini al campo, non capisco niente, c’è tantissima confusione, abbraccio Monica mentre gli operatori portano i loro gruppi in giardino, e i miei occhi si riempiono di lacrime quando mi si presentano in fila indiana con le maglie da operatori Gerozzo, Tarzaniello, o’ciuotto e o’nazist. Gli vado incontro, per abbracciarli, ma loro mi fermano dicendo: “ We nuje’ ammà’ faticà’ nun’ c’ fa’ perdr’ o’ tiemp’!”